ItaliaOggi
Numero 198  pag. 4 del 21/8/2009 | Indietro
PRIMO PIANO
Gli assassini del giudice antimafia non potevano permettersi di fallire

Borsellino, sbaglia Genchi

L'ipotesi di Castello Utveggio ha lacune tecniche
 di Piero Laporta prlprt@gmail.com 

Per esaminare l'attentato a Paolo Borsellino, ricordiamo che se Giovanni Falcone fosse arrivato con un anticipo o un ritardo di 33 centesimi di secondo avrebbe avuto ottime probabilità di salvarsi (IO 19/8/2009, «Falcone, l'attimo fatale») nonostante la mezza tonnellata di tritolo ad attenderlo. L'esplosivo è molto meno efficace di quanto si possa congetturare se lo scopo è quello di uccidere in maniera mirata una determinata persona. I professionisti di queste scelleratezze lo sanno molto bene. Per esempio, quando Enzo Casillo, fedelissimo di Raffaele Cutolo, fu dilaniato da un'autobomba il 29 gennaio 1983, quattro sicari erano pronti a intervenire se la bomba non avesse raggiunto appieno il suo duplice scopo: essere clamorosamente evidente e, allo stesso tempo, mortalmente efficace. Il dato di fatto da tenere in massima evidenza, è che i professionisti del crimine, a questi livelli, non lasciano nulla al caso né all'improvvisazione. L'obiettivo è uccidere, senza lasciare tracce o comunque lasciandone quante meno possibile. Se teniamo presente questo principio, allora possiamo osservare obiettivamente lo scoppio, il 19 luglio 1992, della Fiat 126 caricata con quintale di Semtex cecoslovacco e tritolo russo, parcheggiata in prossimità dei numeri civici 19 - 21 di via D'Amelio, ove abitava la madre del magistrato. Gli attentatori conoscevano l'ora esatta in cui il giudice si sarebbe recato a visitare la madre. Presidiarono la zona e i possibili itinerari sin dalle prime ore del mattino. Dopo di che il convoglio delle auto del magistrato fu seguito passo dopo passo. I grandi criminali sono perfezionisti. Essi vogliono essere certi che tutto avvenga senza intoppi. Per fare un esempio, se un ostacolo si fosse frapposto fra Borsellino e l'autobomba nel momento dello scoppio, la probabilità di sopravvivenza del giudice sarebbe salita alquanto. Se invece qualcuno fosse transitato con qualcosa di volume rilevante, per esempio trasportando un mobile, Borsellino sarebbe rimasto a raccontarla, malconcio ma vivo. Ecco perché Borsellino viene seguito fino alla soglia della morte. Questa è la ragione logica per la quale l'ammiraglio Vassale, perito del tribunale, ipotizzò che il telecomando fosse azionato da uno degli edifici incombenti su via D'Amelio. Adesso vediamo perché l'ipotesi di Gioacchino Genchi del telecomando sul castello Utveggio, sulle pendici del monte Pellegrino, è doppiamente errata: è illogica ed è insostenibile dal punto di vista tecnico. La distanza in linea d'aria dal punto più prossimo del castello Utveggio al civico 21 di via D'Amelio è di 950 metri. Questa distanza equivale alla lunghezza di dieci campi di calcio o è di poco superiore alla distanza fra la cupola di san Pietro e la sponda del Tevere. In altre parole, da quella distanza non si distingue nulla. Si può tuttavia utilizzare un cannocchiale con ottiche potentissime. Per esempio, abbiamo visto all'opera qualcosa di simile con le foto di Zappatu quando ha sircanato Berlusconi. Però come abbiamo potuto osservare, quelle ottiche potentissime restringono il campo di visuale. Da questo consegue che c'è il rischio di lanciare il segnale in un momento sbagliato, quando qualcosa sta accadendo al di fuori del campo visivo. Se quindi ammettiamo che il segnale assassino sia partito dal castello Utveggio, allora dobbiamo ammettere che coloro i quali hanno seguito Borsellino, appostatisi in prossimità di via D'Amelio abbiano dato il via collegandosi con l'uomo sul castello Utveggio. Ma questo è assurdo: tanto valeva premere il pulsante, com'è certamente stato, nei dintorni di via D'Amelio. Veniamo all'errore tecnico. Non è affatto vero che dal castello Utveggio si abbia la perfetta dominanza della scena del crimine. Si vede via D'amelio, questo sì, ma la Fiat 126 rosso amaranto, è separata dall'osservatore posto sul castello da una quantità di ostacoli: i palazzi, gli alberi e, non dimentichiamolo, le persone che transitano. Il telecomando individuato dagli investigatori è molto simile a quello di un cancello condominiale. Non è adeguato a sparare il segnale da quella distanza e con quegli ostacoli, inoltre esso non opera nella banda di alta frequenza tale da «perforare» gli ostacoli, come accade al segnale dei telefonini, per capirci. Chi obietti a questa affermazione, faccia un esperimento: spari il segnale dal castello Utveggio con un telecomando simile a quello dell'attentato e il ricevitore in via D'Amelio 21, in una Fiat 126. Così avrebbe fatto Galileo Galilei, del quale non dobbiamo ricordarci solo quando vogliamo sfottere i cattolici.




5 Commenti

Inviato il: 04/09/2009 08.37   
Da: francescob339
l’impulso non è partito da castello Utveggio
I commenti di Tabache e Ettoremar sono un esempio luminoso di dietrologia. Uno insinua che l’articolo sia suggerito da Contrada (esperiamo che Laporta lo quereli) l’altro parla di “telefonate molto sospette” e ricorda che “li c’era una postazione dei servizi segreti”. Il punto è se l’impulso elettronico è partito o meno da lì: su questo verte l’articolo di Laporta. Il fatto che Laporta abbia dimostrato in maniera evidente che l’ipotesi di Genchi non regge né dal punto di vista tecnico né dal punto di vista logico, a costoro non importa. La tesi di Laporta è suffragata dalle perizie acquisite dalla procura? Se sì, allora la domanda da porsi è: perché un tecnico come Genchi sostiene una tesi insostenibile?

Inviato il: 25/08/2009 23.24   
Da: tabache
azzardato
cannocchiale con ottiche potentissime?? Ma ne è certo?

Ma anche se il pulsante non è stato spinto dal di li... è un dato di fatto che da quel punto sono partite delle chiamate sospette non poco. E che li c’era una postazione dei servizi segreti.

Inviato il: 25/08/2009 21.22   
Da: Ettoremar
Strano
Si, strano che il giornalista Piero Laporta metta in dubbio la tesi di Genchi solo adesso; il pezzo sembra dettato da Bruno Contrada.

Inviato il: 24/08/2009 17.45   
Da: un italiano
Semtex cecoslovacco e tritolo russo
Semtex cecoslovacco e tritolo russo. Una ricorrenza forse casuale me ricorernte, da Peteano e Piazza Fontana in poi
Fernando TERMENTINI
mail@fernandotermentini.it

Inviato il: 21/08/2009 06.10   
Da: grigioverde
molto molto interessante
Mi incuriosisce pure la miscela di l’esposivo cecoslovacco e russo. Si potrebbe approfondire?
Perché Genchi fa quelle affermazioni così eccentriche per uno come lui che è un tecnico?
Queste cose le dice dai primi processi. Perché nessuno prima gli ha detto queste cose?
Qual è l’aspetto peggiore? Una balla spacciata per verità oppure investigatori, magistrati e, soprattutto, giornalisti che bevono tutto senza fare e farsi domande?

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