ItaliaOggi
Numero 295  pag. 6 del 12/12/2009 | Indietro
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Dopo 40 anni dall'eccidio è incerta persino la quantità dell'esplosivo che è stato usato

Su Piazza Fontana è Renato Curcio che dovrebbe parlare

Pietro Valpreda è stato sbianchettato. Il sindacalista Cgil, Cornelio Rolandi, triturato
 di Piero Laporta prlprt@gmail.com  

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.37, piazza Fontana, la morte nella Banca Nazionale dell'Agricoltura. Dopo quarant'anni è incerta pure la quantità di esplosivo che uccise 17 persone e ne ferì 88. Due chili di plastico, secondo le perizie, devastarono la sala sportelli, causando feriti due piani più su, all'esterno e persino nel ristorante dietro la banca. L'esplosivo costa, come vedremo. Una quantità contenuta non tradisce l'ombra d'un dovizioso finanziatore.

Renato Curcio: «Piazza Fontana e l'omicidio Calabresi sono andati in un certo modo e, per ventura della vita, nessuno più può dire come sono realmente andati. C'è stata una sorta di complicità tra noi e i poteri che impedisce ai poteri e a noi di dire che cosa è veramente successo». La sua complicità con «i poteri» protegge quelli della sua parte.

Pietro Valpreda, anarchico, principale imputato per l'attentato alla Banca nazionale dell'agricoltura del 12 dicembre 1969, assolto con formula dubitativa per tre volte, davanti a giurie diverse. I familiari di Valpreda, in particolare la zia Rachele Torri, avallarono il suo alibi. Tre diversi processi non cancellarono l'accusa di falsa testimonianza. Il reato cadde in prescrizione. La sentenza del processo d'appello bis sull'alibi di Valpreda: «Carente di prova, fondato com'è sulla dichiarazione di Valpreda e della zia, Rachele Torri, quest'ultima palesemente compiacente e contraddittoria».

Cornelio Rolandi, sindacalista della Cgil e tesserato del Pci, il tassista che riconobbe in Valpreda il terrorista trasportato a Piazza Fontana, subì un linciaggio bestiale, analogo a quello patito da Leonardo Marino, il teste chiave contro Adriano Sofri.

La sentenza dubitativa fu scritta 17 anni dopo la strage, altrettanti anni di stampa a senso unico: colpevoli i neofascisti, innocenti gli anarchici, anzi capri espiatori. Chi oggi tarantola per le leggi ad personam, in quei giorni caldeggiò la legge su misura per scarcerare Valpreda.

Fu un'operazione in tre fasi. La prima bloccò le indagini sugli anarchici. La seconda costruì la «pista nera». La terza, infine, a partire dagli anni 80, utilizzò i pentiti a sostegno del teorema giudiziario. Risultato: «Nessuno è Stato», oggi chiosano cercando responsabilità dove san bene di non trovare nulla.

Direzione del Partito comunista italiano del 19 dicembre 1969, presieduta da Enrico Berlinguer. Riferisce Sergio Segre, condirettore dell'Unità: «Ieri sera ho parlato con un compagno del Psiup, Calvi (l'avvocato Guido, legale di Valpreda; ndr). Calvi ha condotto una sua indagine parlando con gli amici del gruppo «22 marzo». L'impressione è che possono averlo fatto benissimo. Gli amici hanno detto: dal nostro gruppo sono stati fatti attentati precedenti. Ci sono contatti internazionali. Valpreda ha fatto viaggi in Francia, Germania, Inghilterra. Altri hanno fatto viaggi in Grecia. Alle spalle che cosa c'è? L'esplosivo costava 800 mila lire e c'è uno che fornisce i quattrini. I nomi vengono fatti circolare». In quelle ore il facoltoso Giangiacomo Feltrinelli si dette indisturbato alla clandestinità. La stampa fece quadrato intorno agli anarchici, Lotta continua e Adriano Sofri in testa.

Ci fu tuttavia un'indagine che non giunse in un vicolo cieco. La condussero le Brigate rosse e conclusero che i responsabili di piazza Fontana furono proprio gli anarchici. Le carte di questa indagine, trovate dai carabinieri del generale Dalla Chiesa nel covo di Robbiano di Mediglia, l'11 ottobre 1974, non sono mai state esaminate in giudizio. Il brigatista Michele Galati dichiarò il 10 gennaio 1991 che non le avevano divulgate a causa del coinvolgimento degli anarchici.

L'integerrimo commissario Luigi Calabresi, su ordine di Adriano Sofri, fu ucciso il 17 maggio 1972. Calabresi indagava sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli, morto in un incidente con l'esplosivo il 14 marzo.

Due bocche chiuse. Nonostante le deviazioni e il tempo trascorso, Piazza Fontana come alibi del terrorismo rosso, tuttavia nato ben prima, è meno credibile dell'alibi di Valpreda.




4 Commenti

Inviato il: 12/12/2009 11.06   
Da: un italiano
Non solo l’esplosivo
Sicuramente l’esplosivo non è il solo parametro che si dovrebbe approfondire ma anche l’innesco ed altri piccoli ma concreti particolari. In ogni caso dubito che con 2 kg di esplosivo peraltro da "cava" si potessero ottenere i danni che l’attentato ha provocato, non solo sul pavimento ma anche nell’ambiente circostante. Un esame comparativo del tipo di ’esplosivo utilizzato da Feltrinelli (si desume plastico) e quello utilizzato a Piazza Fontana potrebbero offrire concreti spunti di analisi.
Fernando Termentini
mail@fernandotermentini.it


Inviato il: 12/12/2009 10.02   
Da: PIERO LAPORTA
L’esplosivo non mi pare; altri i particolari trascurati
Alcuni esempi, emergenti anche dall’ordinanza del giudice Mastelloni del 5 novembre 1991. Atene, 2 settembre 1970: attentato contro l’ambasciata americana. Dossier Mitrokhin: l’attentato, pianificato dal Kgb «allo scopo di danneggiare politicamente e moralmente la politica americana in Grecia». Tra i rottami dell’auto morirono anche i due attentatori: Maria Elena Angeloni, di 31 anni, e uno studente greco-cipriota, Georgios Tsikouris, di 25 anni. Michele Galati, lo stesso che rivela l’inchiesta delle Brigate Rosse che accusa gli anarchici per piazza Fontana, indica Corrado Simioni, fondatore di Hyperion come mandante di Atene. Il timer di Atene è un orologio marca Lucerne. Identico timer compare solo un’altra volta nella storia del terrorismo italiano: a Segrate, il 14 marzo 1972, quando lo scoppio uccide l’attentatore Giangiacomo Feltrinelli.

Inviato il: 12/12/2009 09.24   
Da: un italiano
Veri misteri o verità nascoste ?
Forse uno un’analisi più approfondita degli aspetti tecnici relativi ai possibili ordigni esplosivi utilizzati per l’attentato avrebbero aiutato a rendere più chiara l’intera vicenda e fatti ad essa correlati. Probabilmente nelle parole di Renato Curcio a suo tempo pronunciate sullo specifico esiste la conferma dell’importanza di dover capire quanto esplosivo fosse stato usato, come e con quali possibili sistemi, per fare maggiore chiarezza che però in quel momento ed anche successivamente verosimilmente non interessava a nessuno. Le immagini del foro sul pavimento della banca proposte in questi giorni da vari organi di informazione rispolverano i dubbi su questo particolare aspetto. Solo 2 chili di esplosivo peraltro sembra racchiusi in una carica posta su un tavolo possono aver causato il foro che si vede su una soletta di cemento armato e con un “taglio” del calcestruzzo così preciso nei contorni ? Tutto da riscontrare e non sarebbe difficile. Per contro, almeno per quanto noto, nessuno ha confrontato la tipologia del possibile esplosivo utilizzato con quella di altri episodi terroristici non ultimo quello in cui morì Giangiacomo Feltrinelli su cui stata proprio indagando Calabresi quando fu ucciso. Il mistero continua, tutti ne parlano ed invocano chiarezza a distanza di 40 anni ma nessuno in passato ed ancora oggi ha cercato di fare chiarezza pur avendo ricoperto nel tempo cariche istituzionali che gli avrebbero permesso di agire in autonomia per questo scopo.
Fernando Termentini
mail@fernandotermentini.it


Inviato il: 12/12/2009 06.28   
Da: majarach
Piazza Fontana
L’esplosivo che uccise Feltrinelli era lo stesso usato a Piazza Fontana ?

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