Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.37, piazza Fontana, la morte nella Banca Nazionale dell'Agricoltura. Dopo quarant'anni è incerta pure la quantità di esplosivo che uccise 17 persone e ne ferì 88. Due chili di plastico, secondo le perizie, devastarono la sala sportelli, causando feriti due piani più su, all'esterno e persino nel ristorante dietro la banca. L'esplosivo costa, come vedremo. Una quantità contenuta non tradisce l'ombra d'un dovizioso finanziatore.
Renato Curcio: «Piazza Fontana e l'omicidio Calabresi sono andati in un certo modo e, per ventura della vita, nessuno più può dire come sono realmente andati. C'è stata una sorta di complicità tra noi e i poteri che impedisce ai poteri e a noi di dire che cosa è veramente successo». La sua complicità con «i poteri» protegge quelli della sua parte.
Pietro Valpreda, anarchico, principale imputato per l'attentato alla Banca nazionale dell'agricoltura del 12 dicembre 1969, assolto con formula dubitativa per tre volte, davanti a giurie diverse. I familiari di Valpreda, in particolare la zia Rachele Torri, avallarono il suo alibi. Tre diversi processi non cancellarono l'accusa di falsa testimonianza. Il reato cadde in prescrizione. La sentenza del processo d'appello bis sull'alibi di Valpreda: «Carente di prova, fondato com'è sulla dichiarazione di Valpreda e della zia, Rachele Torri, quest'ultima palesemente compiacente e contraddittoria».
Cornelio Rolandi, sindacalista della Cgil e tesserato del Pci, il tassista che riconobbe in Valpreda il terrorista trasportato a Piazza Fontana, subì un linciaggio bestiale, analogo a quello patito da Leonardo Marino, il teste chiave contro Adriano Sofri.
La sentenza dubitativa fu scritta 17 anni dopo la strage, altrettanti anni di stampa a senso unico: colpevoli i neofascisti, innocenti gli anarchici, anzi capri espiatori. Chi oggi tarantola per le leggi ad personam, in quei giorni caldeggiò la legge su misura per scarcerare Valpreda.
Fu un'operazione in tre fasi. La prima bloccò le indagini sugli anarchici. La seconda costruì la «pista nera». La terza, infine, a partire dagli anni 80, utilizzò i pentiti a sostegno del teorema giudiziario. Risultato: «Nessuno è Stato», oggi chiosano cercando responsabilità dove san bene di non trovare nulla.
Direzione del Partito comunista italiano del 19 dicembre 1969, presieduta da Enrico Berlinguer. Riferisce Sergio Segre, condirettore dell'Unità: «Ieri sera ho parlato con un compagno del Psiup, Calvi (l'avvocato Guido, legale di Valpreda; ndr). Calvi ha condotto una sua indagine parlando con gli amici del gruppo «22 marzo». L'impressione è che possono averlo fatto benissimo. Gli amici hanno detto: dal nostro gruppo sono stati fatti attentati precedenti. Ci sono contatti internazionali. Valpreda ha fatto viaggi in Francia, Germania, Inghilterra. Altri hanno fatto viaggi in Grecia. Alle spalle che cosa c'è? L'esplosivo costava 800 mila lire e c'è uno che fornisce i quattrini. I nomi vengono fatti circolare». In quelle ore il facoltoso Giangiacomo Feltrinelli si dette indisturbato alla clandestinità. La stampa fece quadrato intorno agli anarchici, Lotta continua e Adriano Sofri in testa.
Ci fu tuttavia un'indagine che non giunse in un vicolo cieco. La condussero le Brigate rosse e conclusero che i responsabili di piazza Fontana furono proprio gli anarchici. Le carte di questa indagine, trovate dai carabinieri del generale Dalla Chiesa nel covo di Robbiano di Mediglia, l'11 ottobre 1974, non sono mai state esaminate in giudizio. Il brigatista Michele Galati dichiarò il 10 gennaio 1991 che non le avevano divulgate a causa del coinvolgimento degli anarchici.
L'integerrimo commissario Luigi Calabresi, su ordine di Adriano Sofri, fu ucciso il 17 maggio 1972. Calabresi indagava sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli, morto in un incidente con l'esplosivo il 14 marzo.
Due bocche chiuse. Nonostante le deviazioni e il tempo trascorso, Piazza Fontana come alibi del terrorismo rosso, tuttavia nato ben prima, è meno credibile dell'alibi di Valpreda.