Era proprio il caso che Gianfranco Fini seguisse sino alle ultime conseguenze il comportamento di personaggi quali Italo Bocchino e Fabio Granata? Perché non si è fermato, per esempio, dopo l'indiscutibile successo, da tutti riconosciuto, del raggiunto accordo Bongiorno-Alfano sulle intercettazioni?
Difficile rispondere a un simile interrogativo, se non ponendosi dubbi sui limiti politici del presidente della Camera. Si prenda il caso Granata. Lasciamo pur da parte le quotidiane esternazioni: l'appoggio implicitamente dato al pentito Spatuzza, con il conseguente attacco a una persona stimata dall'intero mondo politico quale il sottosegretario dell'Interno, Alfredo Mantovano, era chiaramente un fuor d'opera. Tradotto in soldoni, significava avallare la bufala di Berlusconi disceso in campo con la spinta della mafia. Inutile girarci intorno. Ebbene, una persona dell'intelligenza politica di Fini non si era accorto che era stato superato qualsiasi limite di tollerabilità? O credeva che si potesse accusare di mafia il presidente del Consiglio senza suscitarne una (nel caso in ispecie) più che motivata reazione?
È generale, nei palazzi romani, la sensazione che Fini sia andato troppo dietro ai finiani d'assalto, comprendendo solo in ultimo che era il caso di fermarsi. L'intervista con il direttore dl Foglio, Giuliano Ferrara, però, era fuori tempo massimo, o in ogni caso tale veniva percepita, sul piano psicologico, da Silvio Berlusconi, il quale sovente ragiona non in termini politici, bensì caratteriali. Appunto la freddezza politica pare essere mancata a Fini, arrivato troppo oltre nell'avallare le incessanti polemiche dei suoi accoliti, non per nulla sgradite anche a una parte dei suoi stessi seguaci.